Etichettare la vita

“Cisessuale, pansessuale, omosessuale, bisessuale, eterosessuale…” si potrebbe andare avanti per mezz’ora se volessimo elencare tutte le varie categorie ma, la domanda resta una sola: C’è davvero bisogno di crearne così tante e sempre più specifiche? Non dovremmo semplicemente eliminarle tutte? Voglio dire, d’altronde ad ognuno può piacere qualsiasi cosa ma non deve essere etichettato per questo.

Forse è una mia idea personale, non so, ma anche la stessa LGBT (che adoro per tutto ciò che fa per la nostra comunità), nel corso degli anni sta diventando una sigla sempre più lunga: Non sarebbe invece meglio accorciarla inserendo tutti in una sola e grande categoria, senza discriminazioni? E’ probabile che “differenziare” possa solo creare ulteriore confusione o aumentare pregiudizi di vario tipo, anche fra persone che, alla fine dei fatti, sono simili. Non è un segreto che molte discriminazioni provengono proprio dal nostro stesso ambiente: Persone che nonostante tutto, non riescono a guardare oltre la loro idea personale, che sia incentrata sul solo sesso per tutta la vita o sull’amore.

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Per quanto mi riguarda, se dovessero chiedermi in che categoria vorrei rientrare, probabilmente direi “in nessuna, sono semplicemente una persona”. D’altronde alla gente non dovrebbe interessare molto se a me piacciono uomini, donne o… chissà cos’altro. Bisognerebbe imparare a vedere le persone per quello che sono nel loro insieme, per come si comportano col prossimo e non giudicare il prossimo per le scelte sessuali.

Probabilmente tutto questo ci sta in qualche modo imprigionando in schemi che si continueranno a ripetere senza lasciare libertà decisionale e di espressione personale: ricordiamoci che ognuno di noi è unico, con proprie idee e pensieri che sì, si possono incastrare con quelle altrui ma che non si possono rinchiudere in schemi preconfezionati!

Giandiego e Michele – il viaggio verso la costruzione di una famiglia

Nel titolo ho volutamente usato il termine “Famiglia” e l’ho fatto perché penso che qualsiasi tipo di unione che veda due persone legate dall’amore, ne formi una. Non è una cosa riservata a pochi, ma soprattutto, non è una cosa “solo per etero”.

In questo caso, abbiamo avuto il piacere di ascoltare la bellissima storia di Giandiego e Michele, una storia che forse ne accomuna molte altre. Amore nato in chat, questo meccanismo che con la sua arma a doppio taglio separa e unisce, e quando unisce, lo fa nella maniera più incredibile:

Ciao ragazzi, ci raccontereste come vi siete conosciuti e quanto tempo fa?

Certo, ci siamo conosciuti tramite chat come accade ormai per molte coppie, con esattezza il 20 novembre del 2007, quasi 11 anni fa. Ci siamo incontrati dopo qualche giorno e siamo stati assieme per l’intera giornata, fortunatamente quello che era emerso in chat, si era poi realizzato anche nella vita reale, c’era chimica. Abbiamo iniziato comunque a vivere la nostra storia giorno dopo giorno, senza mai far troppe pressioni e senza mai aspettarci troppo. Questo sicuramente ci ha aiutato a fondare delle basi solide.
Per esigenze comuni poi, dopo sette mesi abbiamo deciso di andare a vivere assieme e abbiamo imparato a conoscerci ancora meglio.

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Siete apertamente dichiarati? Com’è vissuta l’omossessualità dalle vostre parti?

Inizialmente, in famiglia, abbiamo vissuto la nostra storia più come amici che come fidanzati. E’ stata una cosa istintiva, o forse per paura del giudizio. Abbiamo comunque, a piccoli passi, fatto capire loro che tra di noi non c’era amicizia ma qualcosa di molto più profondo.

In generale comunque, tendiamo ad essere molto pudici, non amiamo scambiarci effusioni in pubblico e questo non per vergogna ma semplicemente per una questione caratteriale.
Siamo entrambi cresciuti in Sardegna e fortunatamente non abbiamo avuto i riscontri da tipica mentalità chiusa anzi, siamo cresciuti in due famiglie eccezionali che ci hanno sempre sostenuto e amato per quello che siamo.
Noi fortunatamente non abbiamo mai subito nessun atteggiamento di tipo omofobo, ma di certo si è ancora lontani dal non avere pregiudizi o dal vivere liberamente l’identità di coppia.
Qualche anno fa ci siamo trasferiti nel nord Italia per lavoro e pure qui abbiamo intrapreso lo stesso stile di vita.

Se in Italia fosse legale, pensereste anche all’idea di adottare un bambino?

Parliamo spesso della possibilità di adottare un bambino, ci piacerebbe, ma pensiamo che ci voglia una certa maturità sia nostra che a livello di società per intraprendere tale scelta.

Parlateci invece del vostro recente matrimonio: com’è stato organizzarlo e poi, com’è stato viverlo?

Per quanto riguarda la nostra unione civile, abbiamo deciso di sposarci e in soli sei mesi abbiamo organizzato dalla A alla Z il nostro giorno, è stato un susseguirsi di emozioni indescrivibili.
Ci siamo improvvisati wedding planner proprio perché volevamo che fosse completamente nostro, dalla scelta della musica agli addobbi, dal cibo alla location e possiamo dire che ci siamo riusciti in pieno.
Il 23 Giugno è volato via in un attimo, un susseguirsi di emozioni, pianti e risate. Abbiamo letto di fronte ai nostri amici e alle nostre famiglie dei pensieri che ci siamo scritti e abbiamo fatto capire loro quanto il nostro legame sia forte e importante e che non importa nella vita se si è gay o etero, ma quello che veramente importa è che dove c’è amore c’è famiglia.

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Pakistan e omosessualità – una lotta fra religione, cultura e diritti umani

E’ da tempo che avrei voluto raccontare una storia di questo tipo, che va oltre i confini Italiani e che mostra una comunità LGBT ancora troppo nascosta ed imprigionata da problemi religiosi e culturali.

Fortunatamente esistono persone come Wajahat che lottano quotidianamente contro ogni forma di discriminazione. Sarà lui che, attivista per l’associazione Il grande colibrì e coautore del libro Allah Loves Equality, ci racconterà qualcosa in più in merito alla cultura Pakistana:

Ciao Wajahat, ci parleresti un po’ di te? Vivi da molto tempo qui in Italia?

Sono in Italia da quanto avevo 15 anni, esattamente dal 1999. Di professione faccio il regista e dedico tutto il mio tempo libero a combattere a favore dei diritti umani.  A questo proposito, dal 2010 al 2014 ho girato due lungometraggi in Pakistan: il primo si chiama THE DUSK, parla delle varie persone scomparse e del terrorismo. Il secondo invece si chaima FATWA e parla dei diritti delle minoranze, nello specifico tratta della storia di un ragazzo cristiano e il suo amico medico sciita.

Com’è visto l’essere gay in Pakistan?

E’ brutto a dirsi ma, dipende da quale classe sociale fai parte. Quindi è diverso se parliamo del figlio di un operaio rispetto a quello di un avvocato, o se vivi in zone rurali rispetto che nelle grandi città. Comunque l’omosessualità in Pakistan è un qualcosa che si conosce, diciamo che la popolazione è abbastanza tollerante finchè non vai ad urlarlo in piazza.

Dalle mie parti poi, è anche molto facile avere rapporti sessuali con persone dello stesso sesso, anche perché per poterlo fare con una donna, devi per forza esserci sposato. Ci sono delle eccezioni però, riservate ovviamente ai più abbienti: infatti è consetito far qualcosa con una donna ma solo se la si porta in un albergo a 5 stelle.

E’ invece impossibile trovare coppie gay aperte e libere di esprimersi, purtroppo tutto è vissuto nell’ombra. C’è sicuramente una grande ipocrisia di fondo e la società non è pronta ad accettare queste cose, come non parla apertamente del discorso riguardante il sesso prematrimoniale.

Ci parli un po’ della tua religione? Secondo te è davvero così contro il mondo LGBT? (Anch’io, per quanto riguarda la mia cultura, non penso che nella religione cattolica ci sia nulla che vada realmente contro…)

Solo negli ultimi vent’anni la gente ha iniziato a parlare di “omosessualità” nell’Islam. Nel periodo d’oro invece, tra il VII e il IX secolo, era una cosa accettata. Il poeta Abu Nuwas ad esempio, scrisse poesie omoerotiche sotto il dominio del califfo Harun al-Rashid e il suo lavoro fu tollerato. E’ diverso se invece si parla del Corano, con la storia del popolo Lut che viene sterminato per volontà divina. Interpretazioni della storia colpevolizzano il popolo di essere stato ucciso a causa di un’estesa omosessualità, ma la realtà è che le atrocità commesse da quel popolo andavano dal politeismo, alla rapina, allo sfruttamento economico e allo stupro.

Allah Loves Equality

Parliamo invece del tuo libro “Allah Loves Equality”: Quando hai deciso di scriverlo? Ma soprattutto, cosa ti ha spinto a farlo?

Vorrei precisare che non sono l’unico autore del libro, Michele Benini ed Elena De Piccolo sono gli altri due autori e penso che loro meritino più complimenti di me. Michele è ateo (gay), Elena invece cattolica (etero) ed io, ragazzo musulmano di fede sciita (gay).

Abbiamo deciso di raccogliere diverse storie legate alla comunità LGBT, idea maturata durante il nostro viaggio in Pakistan mentre stavamo girando il documentario che, in un secondo tempo, avrebbe dato il nome al libro. Il progetto durò due anni e mezzo.

Ne raccomandiamo la lettura a tutti coloro che avranno l’opportunità di vedere il nostro documentario, che sarà presentato in vari festival, perché aiuterà a capire meglio molti punti e ovviamente, anche a chi semplicemente avrà voglia di conoscere una realtà diversa.

Qual’è il messaggio fondamentale che vorresti trasmettere?

Vorrei che si discutesse di più dell’argomento nel mondo islamico. E pensare che, in passato, l’omosessualità era presente nella vita musulmana. Solo con la colonizazzione britannica, l’intolleranza ha preso forza. Nel caso specifico del Pakistan, la sessualità veniva celebrata, basti pensare che è proprio lì che nacque il ”Kamasutra”.

Quando l’India e il Pakistan erano sotto un’unica bandiera, essere gay non era considerato reato. Addirittura i transgender venivano rispettati a tal punto da lavorare nei palazzi dell’Impero Mughal. Nel 1818, una delle prime azioni dei coloni britannici fu proprio quella di cacciare dai palazzi imperiali i transessuali, fomentando l’odio e l’intolleranza, presente ancora ai nostri giorni.

L’imposizione di leggi omofobe, inoltre, ha fatto sì che per credenza popolare, la religione musulmana non tolleri l’omosessualità, ma non è così. Il documentario mira proprio a cercare di aprire la mente di musulmani omofobi ed europei islamofobici. La religione musulmana è molto più tollerante di quanto si pensi.

Uscire dall’ombra per trovare il vero Amore

Mesi fa abbiamo avuto l’opportunità di raccontarvi la storia di un altro lettore che, proprio come Giuliano, viveva una vita nell’ombra e nella paura di quello che la società potesse pensare di lui. Fortunatamente, anche in questo caso abbiamo davanti una persona che ha deciso di riprendersi in mano la propria vita, anche a costo di perdere tutto quello che aveva costruito nel corso degli anni ma, si sa: dopo ogni tempesta il sole torna sempre a risplendere.

Ecco quindi il racconto di questa storia incredibile:

Ciao Giuliano, ti andrebbe di raccontarci com’è iniziato il tutto?

Certo, io ed Alessandro ci siamo conosciuti due anni e mezzo fa. Veniamo tutti e due da un passato non propriamente semplice, io mi ero da poco dichiarato al mondo intero e, questo purtroppo mi ha portato spiacevoli conseguenze: mi sono lasciato con la mia ex moglie, anche se fortunatamente i miei tre figli sono rimasti con me, ed ho perso il lavoro.
A seguire, c’è stato il periodo dei famosi “rapporti sbagliati” con uomini che vivevano nell’ombra, sembravo proprio non trovare la persona giusta.
Anche Alessandro in quel periodo non se la passava molto bene, aveva perso il suo compagno a causa di un tumore ed, ironia della sorte, anche lui si è ammalato della stessa malattia, fortunatamente però è riuscito a superarla e ad uscirne alla grande.

A parte questa breve prefazione piena di periodi non molto belli, sia io che lui non abbiamo mai smesso di credere nell’amore. Dopo vari incontri, le ore perse in chat che non portavano mai a nulla, su consiglio di un amico scaricai un’applicazione d’incontri (non propriamente gay). Anche qui il caso giocò la sua parte, facendo scaricare anche ad Alessandro la medesima applicazione.

Appena finito di caricare il mio profilo iniziai a navigare un po’ e, chi ti trovo? Proprio lui, bellissimo. Mi domandai se fosse possibile innamorarsi già solo di una foto. Ovviamente non mi lasciai scappare l’occasione ed iniziammo a chattare. Sembrò strano ma, già dall’inizio c’era la giusta intesa, il giusto grado di interesse che portò alla decisione di scambiarci il numero di cellulare e di incontrarci dopo pochi giorni a casa sua.

Quando ci incontrammo dal vivo fu pazzesco: se prima pensavo a quanto fosse ridicolo prendersi così solo per una foto, mi stupii ancora di più del fatto che, dopo solo pochi minuti, era come se lo conoscessi da una vita e come se fossimo sempre stati assieme. Durante la serata poi, ci fu un momento che ricordo ancora vividamente, fu il momento in cui ci stringemmo le mani. Non fu solo un semplice gesto, era come se i nostri corpi parlassero per noi, esprimendo tutto quello che sentivamo.

Fu da quel giorno, il 28 maggio del 2016 che non ci lasciammo più.

Cosa ne pensi invece del mondo gay? O per meglio dire, cosa ne pensi del mondo gay in Italia? Le persone sono pronte secondo te?

Per quanto ci riguarda, non abbiamo mai smesso di credere nell’amore e nel desiderio di avere una famiglia. Di sicuro però non viviamo in un Paese che accetta molto le diversità ma bisogna comunque lottare e non arrendersi mai.

Ad ora mi spiace solo di una cosa, il fatto di sentirmi in qualche modo limitato dalle altre persone, di non sentirmi totalmente libero e sereno di girare per strada con il mio compagno mano nella mano anche se spesso ce ne freghiamo. Abbiamo vissuto troppo nell’ombra per permettere di ricaderci a causa del pregiudizio di altre persone!

Con i tuoi figli invece, come va?

Fortunatamente loro mi hanno capito subto. Ricordo ancora cosa mi disse mia figlia quando cercai di parlargliene “Papà, ma cosa aspettavi a dirmelo? Pensavi che potesse cambiare qualcosa? A me non importa se ti piacciono gli uomini o le donne, tu sarai sempre e comunque mio padre”. Ovviamente mi commossi.

Ma parlaci invece del matrimonio!

E’ successo l’anno scorso in spiaggia, gli chiesi io di sposarmi. E’ stato anche molto facile scegliere il giorno, ovvero il 28 maggio, data che ha segnato l’inizio della nostra relazione. Questo però dipenderà dal ricevere per tempo le carte del divorzio, speriamo!

Siamo anche contenti della scelta dei testimoni, cosa ad ora già sicura. Saranno i miei figli ed il mio futuro cognato. E’ bello sapere di poter contare su di loro come su tutte le altre persone che faranno parte di quel giorno speciale.

 

Primi approcci, in chat

In quest’era sempre più digitale dove quasi ci si dimentica cosa voglia dire presentarsi di persona, l’emozione che si prova nel guardarsi negli occhi o semplicemente la chimica che scatta in determinati casi, salta fuori una questione: Come bisogna approcciarsi in chat visto che è alto il rischio di non essere compresi? Ecco qualche consiglio:

NON PARTIRE PREVENUTI

In molti pensano che andare in chat equivalga per forza a cercare sesso ma non sempre è così, io ad esempio ho trovato la persona che poi è diventata mio marito. A prescindere da questo poi, sembra quasi che alcune persone seguano un copione scritto, ripetuto di volta in volta, con l’aspettativa di ricevere risposte ben precise altrimenti: il blocco è immediato. Non si dovrebbe invece lasciare il beneficio del dubbio? Magari non si è capito bene cosa realmente l’altra persona volesse dirci o comunque, ci possiamo trovare davanti ad una persona che difficilmente si lascia andare e che quindi non dirà subito che è in cerca di marito. Pazientate un po’ e dategli più occasioni!

LA CONOSCENZA HA BISOGNO DI TEMPO

Altro argomento poi è che, vista la facilità a trovare persone in chat, spesso non ci si perde molto in discorsi e magari si rimane con due o più persone in contatto. Dopo un paio di giorni però, ecco che arriva la noia e si cambia. Ma cosa pretendere da una conoscenza nata in rete? Ovviamente devono esserci dei punti in comune o si parte già male ma nel caso questi ci fossero, concediamo tempo senza procedere con la conoscenza della nuova “Preda”. Impariamo a soffermarci di più se troviamo qualcuno che sembra interessarci!

L’IMPORTANZA DELLA FOTO

Primo pensiero da evitare: Ecco, è un bonazzo e quindi non mi considererà mai.

Non si può mai dire e comunque, dicendo così state sminuendo voi stessi e non penso sia corretto nei vostri confronti. Ovviamente la parte estetica è importante, quasi quanto quella emotiva. Diciamo che per costruire una relazione c’è bisogno di un buon equilibrio fra entrambe le cose. Quindi, evitiamo di cercare l’impossibile e allo stesso modo, evitiamo di innamorarci di una foto. Spesso dal vivo si può rimanere molto delusi in quanto non basterà più solo quello che si scrive. La foto è importante per capire se può essere o meno il vostro tipo ma, non lasciatevi trasportare solo da quella, aspettate la conoscenza dal vivo!

Leather man
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In sostanza, a volte ci siamo proprio dimenticati come approcciarsi alle persone anche perché via chat non c’è quella forte componente chimica/emotiva che invece avviene più facilmente dal vivo. Dobbiamo imparare ad usare il web solo come strumento iniziale ma conoscere il più possibile dal vivo le eventuali persone che potrebbero interessarci.

Buon primo appuntamento a tutti! 🙂

“Uomini che amano le donne” – intervista ad Alessandro Alo.

Settimana scorsa, durante la seconda puntata di X Factor, ci è capitato di notare Alessandro. Ha portato in competizione una canzone decisamente molto pop ma che ci ha stupito per il significato intrinseco. Parla, almeno secondo noi, della realtà che viviamo attualmente in Italia, più nello specifico della difficoltà in alcuni casi di vivere la propria vita e sessualità alla luce del sole. Sfortunatamente, ancora in troppi si sentono costretti a nascondersi, magari dietro un matrimonio di copertura dove alla fine ci sono:

“…Uomini che amano le donne
E odiano gli uomini che amano gli uomini
Ma vanno con gli uomini che si sentono donne
E ingannano le donne che amano gli uomini…”

Ecco quindi alcune domande che siamo riusciti a fare ad Alessandro. Ovviamente gli auguriamo il meglio per la sua carriera da cantante e lo ringraziamo di cuore per questa partecipazione:

E’ da tanto tempo che canti?

Si, è da circa 20 anni che ho la passione per il canto! Il mio primo ricordo di me che penso “Voglio fare il cantante nella vita” risale ai miei 7 anni. Era il 2000 e Anastacia era la mia artista preferita. La sua musica, la sua voce, mi coinvolsero talmente tanto che ispirarono il mio sogno. Ho sempre voluto essere una popstar.

Quando e perché hai deciso di andare ad X Factor? Nel senso, ognuno avrà una motivazione personale penso.

Sì, sicuramente ogni artista può vivere l’esperienza di X Factor come meglio crede. Io amo molto mettermi alla prova; credo che sia indispensabile che una persona, per migliorare, si metta in condizioni che non le sono sempre conosciute o “sicure”. L’anno scorso ho fatto molti casting qui a Milano – soprattutto per Musical e – anche se alla fine non sono riuscito ad ottenere i ruoli per cui mi sono proposto – sono stato felicissimo di aver impegnato le mie energie in qualcosa che mi ha spinto a misurare le mie abilità. X Factor significa mettersi in discussione davanti a Fedez, Asia, Manuel, e Mara! Ecco cosa significa 🙂

Uomini che amano le donne” è una canzone molto orecchiabile e che è diventata immediatamente virale ma, oltre l’aspetto divertende, qual’è il messaggio che vorresti trasmettere?

Ho scritto una canzone perché avevo bisogno di parlare della mia esperienza personale, volevo rendere divertente una cosa che per un periodo della mia vita mi ha turbato. “Uomini che amano le donne” non è una critica o una denuncia. E’ molto meno di questo. Semplicemente dice che vivere la propria sessualità liberamente e incondizionatamente non è facile per nessuno – e che l’ipocrisia spesso prende il sopravvento sulla verità – perché ci mette al sicuro da noi stessi. Credo che sia per questa leggerezza che è riuscita a diventare virale. Se avessi pensato di scrivere un pezzo di denuncia, molte meno persone sarebbero riuscite ad accoglierlo.

Alo - Uomini che amano le donne

Cosa ne pensi invece della cominità LGBT?

Non è scontato parlare della nostra comunità in qualche riga. Mi rende orgoglioso pensare che il più delle volte è una famiglia che accoglie tante singolarità diverse tra loro e riesce ad accomunarle con l’amore e la comprensione. Non voglio dire che sia un pezzo di mondo perfetto, ma credo che nel tempo siamo stati in grado di spingere piano piano i confini dell’amore e la tolleranza laddove si pensava che non potessero raggiungere.

E del resto cosa pensi? L’Italia secondo te è ancora un Paese che non riesce ad accettare queste cose o forse sta cambiando?

Non lo so. Le conquiste che i nostri fratelli e sorelle sono riusciti a strappare negli ultimi anni non hanno garanzie eterne. Per questo dobbiamo essere tutti là fuori, per difenderci meglio. E non parlo solo dell’essere omosessuali.

L’amore comunque trova sempre una via.

Passivo ma non sottomesso

Purtroppo come ogni minoranza, anche noi soffriamo di giudizi preconfezionati da parte di gente al di fuori della nostra realtà. Spesso quindi veniamo visti per quello che si pensa noi siamo, più facile ed immediato.

Nello specifico, parlo dei ruoli sessuali che in qualche modo ci identificano. Ovviamente, ognuno di noi ha delle caratteristiche ben definite e delle preferenze che nell’insieme di tutto, ci permettono di costruire un rapporto con un “Incastro perfetto”.

Questa cosa però porta inevitabilmente anche a determinati preconcetti, costruiti nel corso degli anni, dove spesso l’associazione più automatica era “Gay = effemminato“. Sebbene non ci sia nulla di male nell’essere effemminati, non è una condizione comune a tutti noi. Ma perché succede questo? Probabilmente perché si pensa che essere gay equivalga per forza ad essere passivi e di conseguenza, ad essere più simili al ruolo esercitato dalla donna in una coppia eterosessuale. Questo preconcetto fortunatamente nel corso degli anni è pressoché svanito ma se n’è fatto aventi un’altro, ovvero “Attivo = maschio e passivo = effemminato/sottomesso“. Questa distinzione avviene spesso anche all’interno della nostra stessa comunità. Che cosa porta a questo pensiero? Probabilmente il fatto che l’attivo, proprio per essere visto come la parte “Predominante” della coppia è più simile al ruolo dell’uomo in una coppia eterosessuale ed in qualche modo riesce ancora ad essere visto come l’esempio di macho, soprattutto se parliamo di un Paese come il nostro, dove si sa che la base di tutto è essere MASCHIO.

Non ho parlato volutamente della categoria dei versatili, che ovviamente non fanno parte di questo polverone. Magari in questo caso ci si potrebbe domandare se davvero tutti quelli che si dichiarano tali lo sono o se è solo un modo per non dichiarare la propria preferenza.

Tornando invece alla differenza fra attivi e passivi, si può sicuramente sfatare questo preconcetto, come quello della “Passivella vogliosa”. Se è vero che il ruolo sessuale in qualche modo ci caratterizza nella coppia, non è detto che questo ci paragoni di riflesso ad una coppia eterosessuale. Già, qui non si sta parlando infatti di uomo e donna ma di due uomini. Questo quindi non c’entra nulla con la propria mascolinità, si può dunque essere passivi e maschilissimi ed attivi ma con la borsetta.

 

Puppy Play – quando la maschera NON serve per nascondersi

Molte volte associamo una maschera a qualcosa di strano, spesso a qualcosa di sessuale. Dietro ogni tipo di fetish o pratica alternativa però, non si nasconde sempre e solo sesso. Molte volte è solo un modo diverso di essere e questo di sicuro non fa di noi delle “Cattive persone”.

Come avrete notato, ultimamente mi sono avvicinato un po’ anche al mondo dei Puppy, perché? Non saprei rispondere o, forse sì. Ho avuto modo di “Vedere” questo mondo attraverso i magnifici occhi di Aaron. Occhi di un ragazzo tenero, innamorato e di cui non si potrebbe dire assolutamente nulla di negativo. Ovviamente non potevo farmi scappare l’occasione di rivolgergli qualche domanda, un po’ per mia curiosità ed un po’ per portare alla luce questa nuova realtà. Bisogna parlare delle cose perché una volta che le si conosce, fanno meno paura:

Ci spieghi com’è nato il tutto? Quando ti sei accorto del desiderio di avvicinarti al mondo dei puppies?

Woof! Per prima cosa grazie dell’opportunità di parlare con voi!

Guarda, dirti che sono anni che vivo questa realtà sarebbe un errore. Avevo visto più volte girando su internet immagini di ragazzi vestiti da cani. Ancora non conoscevo il termine puppy nè sapevo cosa fosse. E’ capitato per caso un anno fa. Ero appena uscito da una relazione di 12 anni ed ero terrorizzato dall’idea di dovermi rimettere in gioco. Ho sempre temuto tutti i giudizi che si sentono costantemente all’interno della comunità LGBTQ+… troppo vecchio, troppo grasso, troppo poco muscoloso, troppo santo… Guardando le foto del Pride dello scorso anno, scoprii per la prima volta che in Italia esisteva un Mr.Puppy (all’epoca Zaush). Ho guardato non sai quante volte quelle foto. Quel muso, gli occhi sorridenti sotto la maschera, la cosa pelosa… così ho visitato il suo sito e ho scoperto il mondo del puppy play. Da lì è stata tutto un crescendo di curiosità misto a timore. Volevo quel muso anche io ma temevo che per l’ennesima volta fosse una cosa legata ad una pratica sessuale. Mi sono fatto coraggio e ho contattato Zaush che con molta serenità mi ha sciolto ogni dubbio. Confesso che condividiamo la stessa visione del puppy play e probabilmente se fosse stato un altro con una visione più “sessuale” probabilmente non mi ci sarei mai avvicinato. Sentivo il bisogno di uscire di casa e quel modo poteva essere la mia nuova dimensione.

Le prime volte che hai indossato la tua “Maschera”, com’è stato?

Strano… molto. Quasi un iniziazione. Dopo la chiacchierata con Zaush passò qualche giorno prima di incontrarlo (sapevo che lui le produceva già) e la voglia e il desiderio di quel muso era sempre più forte. Quando andai da lui e la provai fu come indossare un’armatura. Come Bruce Wayne quando diventa Batman. Ero io ma non ero io. Era un cucciolo che aveva voglia di conoscere il mondo. Erano 12 anni che ero fuori dall’ambiente dei locali ma il cucciolo non vedeva l’ora.

Quando la provai sentii dentro di me che era la mia dimensione. Quello di cui avevo bisogno.

In molti di sicuro si chiederanno perché lo fai, hai voglia di spiegarlo?

Beh lo faccio perché mi piace e perché è una parte di me. Come quelli a cui piace indossare un cappellino, una canotta aderente, i tacchi per una donna, la pelle per un leather o la gomma per un rubber.

Essere puppy però va oltre quello che può essere considerato un outfit. Si è puppy nella testa prima che nell’aspetto.

Per me è un modo per esprimere una mia libertà, un modo di essere. Certo non giro “canato” tutti i giorni o tutto il giorno, ma quando faccio una gita fuori porta, una serata al cinema ecc la mia faccia da puppy è sempre con me.

Parlaci un po’ di questa realtà, per quel che mi riguarda ne sono venuto a conoscenza nell’ultimo anno. Esiste da tanto?

Il “PUPPY PLAY” esiste da molti anni e all’estero è una realtà molto solida. In Italia ha visto la luce “pubblica” solo lo scorso anno grazie alla decisione del Leather & Fetish Club di Milano (LFM) di inserire all’interno della scena fetish nazionale la figura di Mr.Puppy.

Il Puppy Play possiamo dire che nasce all’interno della comunità fetish come evoluzione della figura del Dog Slave ma se ne distacca con notevoli differenze. Se da una parte il Dog Slave è una figura sottomessa e spesso è un modo per un padrone (Master) di umiliare l’essere umano trattandolo come un animale, dall’altra parte essere un Puppy è una scelta individuale. Non si è necessariamente legati ad un padrone, non si è sottomessi e soprattutto non è una forma di umiliazione.

La sessualità e l’aspetto di Dominazione/Sottomissione si staccano dal Dog Slave e trovano nel Puppy un aspetto secondario, dettato solamente dalle tendenze e gusti personali di ogni singolo cucciolo. Esistono quindi Puppy attivi, passivi o versatili; Puppy Dominanti o Sottomessi, Puppy kinky e Puppy Vanilla… quindi se vedi un Puppy a 4 zampe non dare per scontato che sia sottomesso… rischi un morso sui polpacci ahahahaha

Purtroppo però l’immagine del Puppy, sia da buona parte della comunità fetish che dai “non addetti ai lavori” è sempre legata alla figura dello slave o comunque legata ad una pratica sessuale. Nel mondo Puppy infatti esistono figure diverse rispetto all’ambiete legato al fetish e al BDSM. Esistono i Puppy, gli Handler (letteralmente “accompagnatori” – un handler può essere anche un amico che in una serata decide di tenerti al guinzaglio ed occuparsi di te) e gli Owner (ossia colore che “scelgono” un puppy come compagno).

Esiste però un gruppo puppy tutto italiano: THE ITALIAN PUPPY. Cosa  lo caratterizza?

Con la comparsa del primo Mr.Puppy Italia il numero di chi si è avvicinato a questo lifestyle ha iniziato ad aumentare e se all’inizio eravamo 4 gatti (4 puppy scusa!) ora contiamo un gruppo di circa 30 cuccioli sparsi in tutta Italia. Il nostro gruppo è un punto d’incontro per chi vuole avvicinarsi come cucciolo o come handler. E’ un gruppo aperto a tutti senza distinzione di genere o orientamento sessuale: il puppy play infatti è per TUTTI. Possiamo vantare di avare già due cucciole all’interno del nostro gruppo. A noi puppy, se sei omosessuale, lesbica, etero, uomo o donna ecc non importa… basta la voglia di scodinzolare e abbaiare insieme!

Come gruppo infatti, cerchiamo sempre di organizzare eventi e uscite aperte a tutti. Nonostante possa sembrare esclusiva, la comunità puppy è molto inclusiva e ci poniamo sempre l’obiettivo di portare questa nostra sensibilità fuori dai cruising o dagli eventi canonici mischiandoci e coinvolgendo tutti.

Ci sono molta ignoranza e pregiudizio su ciò che è strano e la comunità LGBTQ+ spesso scade nella discriminazione e nella ghettizzazione proprio al suo interno.

Noi cerchiamo di abbattere questi muri e uno dei mezzi con cui lo facciamo è l’organizzazione degli aperitivi ALCOHOLIC BOWLS che già dallo scorso anno si tengono in locali pubblici. Comunicare, farsi vedere, parlare con chi non ci conosce… solo così possiamo fare qualcosa per aiutare gli altri a capirci.

Hai toccato un punto delicato. Le vostre uscite in pubblico durante il Pride hanno suscitato commenti negativi e numerose critiche sui social. Tu che ne pensi?

Guarda, premetto che ciò che ti dirò è solo il mio parere personale e a qualcuno potrà dare fastidio. Ma Aaron è così: diretto e coerente con il suo pensiero.

Esporsi durante un Pride è sempre un’arma a doppio taglio. Se da una parte c’è la voglia di esprimere la propria libertà dall’altra spesso si dimentica (o non si da importanza) al fatto che siamo in pubblico. Ho letto tutte le polemiche scaturite da alcune foto girate sui social e volutamente non ne ho preso parte (nonostante mi fosse stato chiesto di intervenire da alcuni in qualità di Mr.Puppy in carica). Le motivazioni sono diverse. Cercherò di essere breve. Innanzitutto trovo che le polemiche sui social non portino a nulla di costruttivo, anzi spesso scatenano l’effetto contrario. Discutere poi con chi strumentalizza un’immagine e non vede ragioni se non le proprie, trovo sia solo una perdita di tempo. Durante queste manifestazioni poi tutti scattano foto o video: partecipanti, fotografi, la stampa… immortalare per esempio una scena naturale senza nulla di volgare o sessuale (un puppy accarezzato da un bambino) può diventare uno strumento pericoloso: se da una parte rappresenta come l’innocenza di chi non ha pregiudizi dovrebbe insegnarci al rispetto reciproco, dall’altra può diventare un associazione di sacro e profano, con annessi e connessi. Trovo ci sia un enorme differenza tra “libertà” e “ostentazione” e spesso questa differenza non viene presa in considerazione. I confini sono molto sottili e diversi per ognuno di noi ed ognuno deve essere libero di esprimere sè stesso come meglio crede… a patto però poi di saper accettare le critiche.

Seguendoti su Twitter poi, ho notato che sei una persona davvero molto dolce e che hai uno splendido ragazzo. Vuoi raccontarci com’è nata la vostra storia?

E’ una storia nata come puppy. Lui mi seguiva su Instagram e un giorno per caso abbiamo iniziato a scriverci. C’è stata subito molta sintonia e lui è stato molto discreto nel chiedermi informazioni sul mio essere puppy senza mai scadere nel volgare o nel sessuale. Questo mi ha colpito molto perchè come ti dicevo prima, per molti è solo un gioco sessuale. Lui invece mi ha trattato come individuo. La sera stessa ci siamo visti per una passeggiata ed io ero in panico! In fondo aveva visto solo foto di Aaron, non sapeva nemmeno che faccia ci fosse sotto la maschera. Ero talmente agitato che per darmi sicurezza me l’ero portata dietro. E’ stato tutto molto naturale e semplice. Abbiamo parlato di noi, delle nostre storie dei nostri desideri… per me era la prima volta che Aaron c’era ma senza il muso. Mi ha scelto per quello che sono. Lui è riuscito a vedere il ragazzo sotto il puppy e questa era la cosa che più desideravo. Ero spaventato lo confesso. Dopo tanti anni rimettersi in gioco non è facile ma non c’è momento che passi che io non lo sento vicino a me.

Anche lui era già in questo mondo?

No non lo conosceva, ma ne era affascinato. Così piano piano ha iniziato a conoscerlo. Parliamo molto tra di noi e ci confrontiamo spesso.

Ci supportiamo a vicenda e per la prima volta non mi sono sentito “sbagliato”. Come ti ho detto all’inizio, quando ti avvicini ad un mondo che non conosci, la persona con cui ne parli conta molto. Non vogliamo essere etichettati, ma siamo noi i primi a metterci delle etichette, e quando paradossalmente indossando una maschera ti metti a nudo, può capitare che le cose vadano come nemmeno te le aspettavi. Nonostante non appartenevamo allo stesso mondo, ci siamo trovati e ci completiamo. Finchè non si ha il coraggio di mostrare e soprattutto di accettarci per quello che siamo senza vergogna, non riusciremo mai a farci amare veramente.