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Il “Dolore minimo” di Giovanna Cristina Vivinetto.

Quando la poesia esprime i veri sentimenti, quando parla di momenti forti, quel "dolore minimo" che avvertì Giovanna Cristina Vivinetto nel rinascere una seconda volta.  Lei, giovanissima Siracusana trasferitasi a Roma per frequentare l'Università La Sapienza, ha deciso di pubblicare, fortunatamente per noi, questo diario in versi che esplora un argomento mai trattato prima con così tanto sentimento.

Quando la poesia esprime i veri sentimenti e quando parla di momenti forti, il risultato è il “Dolore minimo” che avvertì Giovanna Cristina Vivinetto nel rinascere una seconda volta.

Lei, giovanissima Siracusana trasferitasi a Roma per frequentare l’Università La Sapienza ha deciso di pubblicare, fortunatamente per noi, questo diario in versi che esplora un argomento mai trattato prima con così tanto sentimento.

Ho avuto da poco il piacere di leggere le sue poesie ed è stato come entrare nella sua vita, come se lei fosse lì per raccontarmi quella storia di transizione, di dolore ma anche di gioia. La “sfortuna” di non essere nata subito nel corpo giusto ricompensata dall’enorme fortuna di essere diventata una splendida donna e di aver sempre potuto contare sull’amore della propia famiglia.

Come dice lei, era tempo che qualcuno parlasse realmente di questo mondo e non solo dello stereotipo che la gente ha in mente. Essere transessuali vuole comunque dire essere una persona con dei sentimenti e in questo caso, anche una forte propensione nel raccontarli alla perfezione.

Dolore Minimo - Giovanna Cristina Vivinetto

Dolore minimo” (Interlinea, 2018 – prefazione di Dacia Maraini, postfazione di Alessandro Fo), apparsa e recensita su diverse testate giornalistiche, tra cui Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, Il Libraio, La Stampa-Tutto Libri e Leggere Tutti.

Noi eravamo fra quelli chiamati
contro natura. Il nostro esistere
ribaltava e distorceva le leggi
del creato. Ma come potevamo
noi, rigogliosi nei nostri corpi
adolescenti, essere uno scarto,
il difetto di una natura
che non tiene? Ci convinsero,
ci persuasero all’autonegazione.
Noi, così giovani, fummo costretti
a riabilitare i nostri corpi,
obbligati a guardare in faccia la nostra
natura e sopprimerla con un’altra.
A dirci che potevamo essere
chi non volevamo, chi non eravamo.
Noi gli unici esseri innocenti.
Gli ultimi esseri viventi, noi,
trapiantati nel mondo dei morti
per sopravvivere.

Ecco qualche domanda che noi di Gay Lounge Italia abbiamo avuto il piacere di fare a Giovanna:

– Ti andrebbe di raccontarci il tuo passato e soprattutto il momento in cui hai deciso di fare il “grande passo”?

Giovanna è stata un bambino e, poi, un adolescente felice anche se, sin dalla più tenera età, ha iniziato ad avvertire un profondo malessere legato al suo corpo: lei era una femmina in un corpo maschile, di questo non aveva dubbi. Bisognava farlo capire agli altri, tramutare il malessere in esigenza esplicita e condivisa. Questa consapevolezza del sé si è rafforzata e consolidata negli anni, fino agli anni del liceo, periodo in cui ha definitivamente capito di appartenere al genere femminile. Il “grande passo” è avvenuto all’età di diciotto anni, età minima in cui, in Italia, si può intraprendere legalmente un percorso di terapia ormonale sostitutiva.

– È stata una scelta sofferta? Come ha preso inizialmente la notizia la tua famiglia?

È stata l’unica scelta possibile, quindi non è stata sofferta: anzi, è stata voluta con tutto il cuore, desiderata, aspettata da tempo con l’impazienza delle cose belle, per cui bisogna faticare molto prima di averle. La mia famiglia mi ha sostenuta sin da subito: certo, non escludo che qualche esitazione ci sia essere stata, ma l’amore non è mai venuto meno. E per una figlia transessuale, vi assicuro, l’amore “familiare” è la cosa più importante che ci possa essere per il proprio benessere psicofisico all’inizio e durante un percorso di transizione. È soprattutto il rapporto della famiglia con la transizione a definire il tipo di persone che saremo in futuro. Io mi ritengo molto fortunata, perciò oggi sono una persona serena, pienamente realizzata, soddisfatta della propria vita.

– È il primo libro di poesie che pubblichi? Cosa vorresti trasmettere?

Sì, Dolore minimo (Interlinea, 2018, pp. 139 – prefazione di Dacia Maraini, postfazione di Alessandro Fo) è la mia opera prima in versi. Oltretutto è un unicum nel panorama letterario nostrano perché è il primo libro di poesie in Italia ad affrontare la transessualità e la disforia di genere. In esso viene raccontata una storia che parla di dolore, di accettazione, di perdita e di riconquista, di corpi che cambiano, di prospettive che mutano e di rapporti con il mondo, che si impara a riabitare. Dolore minimo narra la mia storia, che è anche la storia di tutti noi, alle prese con cambiamenti quotidiani e ripensamenti spesso sconvolgenti e radicali. Poiché tutti transitiamo, in un modo o nell’altro.

– Parlaci del titolo “Dolore minimo”, perché?

“Dolore minimo” è, banalmente, ciò che viene dopo il “dolore massimo”: è, cioè, la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo e lacerante – quello del mutamento di genere, della conquista di un corpo – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene visceralmente.

– Vorresti aggiungere altro? Magari mandare un messaggio alle persone che stanno vivendo il periodo di “transizione”?

Con Dolore minimo vorrei sensibilizzare soprattutto i più giovani alla tematica della transessualità, di cui oggi, purtroppo, si parla poco e male. Spesso, addirittura, se ne ha una visione distorta, per cui le persone transessuali sono soltanto quelle che si prostituiscono. È un tema importante su cui è necessario riflettere oggi più che mai (si vedano gli attacchi omo-transfobici degli antiabortisti) e la letteratura, nel far questo, può darci una grande mano: perché, qual è il compito della letteratura se non quello di veicolare un messaggio profondo (e positivo) attraverso la narrazione di una storia? Vorrei che Dolore minimo si leggesse proprio per questo: per riappropriarsi di uno spaccato di realtà che non si riesce ad immaginare e che, eppure, esiste. Vorrei che questo libro riuscisse a dar coraggio a tutte le ragazze ed i ragazzi intrappolati in un corpo che non sentono il proprio, aiutarli a intraprendere più tranquillamente un percorso senza dubbio difficile ma, anche, edificante; vorrei far capire loro che non c’è nulla di sbagliato nell’essere diversi. Vorrei, attraverso le mie poesie, trasmettere la serenità necessaria per poter compiere un viaggio di tale portata.

 

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