App di incontri – tre possibili alternative

Siamo ormai in un’era dove la tecnologia la fa da padrona e si riesce sempre meno a conoscere persone nella vita di tutti i giorni. Ma come mai queste applicazioni sono diventate tanto popolari?

Grindr-Tinder
– Credits: Leon Neal/Getty Images (2018)

Tolto l’imbarazzo iniziale che si poteva provare nel presentarsi ad una persona, ora il fatto di poter rimanere nascosti dà la possibilità a molti di essere schietti sin da subito ma, è sempre un bene? Può sicuramente essere un’arma a doppio taglio in quanto ci può sì aiutare ad essere più confidenti ma a volte anche ad esagerare o a diventare delle macchine che ripetono le stesse domande in eterno: Da? Anni? Hai foto? Cerchi?

A lungo andare poi, si tende a diventare un po’ insensibili a tutto e a cercare le persone solo “Nel momento del bisogno”, senza creare però relazioni di alcun tipo.

Cosa potremmo fare quindi per cercare di tornare un po’ alla normalità e magari per emozionarci ancora parlando faccia a faccia con una persona per la prima volta? Ecco alcuni consigli:

adult beard casual cellphone
Photo by Oscar Mikols on Pexels.com

Ogni tanto, lasciare volontariamente il telefono a casa

Ebbene sì, in molti ora penseranno che sono pazzo e che una cosa del genere non potrebbero mai farla ma, provateci.

Basterebbe anche un pomeriggio in piscina, da soli o con amici, per poter riassaporare la bellezza di non stare in fissa davanti ad uno schermo ma di poter finalmente alzare gli occhi e magari guardare quella persona che è proprio sdraiata accanto a voi.

In questo modo eviterete discorsi sterili e che vanno dritti al punto e chissà che possiate magari incontrare qualcuno che passerà con voi molti momenti speciali della vostra vita.

Iniziare ad usare di più i social e a commentare di più anche su argomenti più seri

Altra grande piaga ormai è diventata la sinteticità e la superficialità. Sempre più persone infatti, forse per sfuggire alla realtà quotidiana che non sempre ci riempie di soddisfazioni, riescono a mettere mi piace in serie solo a foto raffiguranti bei ragazzi o meme di poche parole.

Ma perché non iniziamo a commentare anche articoli e post più complessi che troviamo in rete? Non è troppo riduttivo rinchiudersi solo in quelle applicazione che, gira e rigira, riportano sempre le stesse persone che fanno di rito sempre le solite domande? Allora iniziamo a farci conoscere realmente, ad esprimere la nostra opinione e a far vedere che non siamo solo una foto ma che abbiamo anche un’anima.

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Guardare oltre il proprio naso

Ultima cosa è quella di aprire un po’ la nostra mente. Non pensate che a volte ci lasciamo troppo condizionare da giudizi esterni? Forse in rete ci sono davvero persone che vogliono portarci a pensare determinate cose ma allora, non sarebbe più intelligente uscire da questo giro e iniziare a parlare e valutare anche cose che pensavamo lontane dai nostri ideali?

Voi penserete, ma cosa centra con le varie applicazioni di incontri? Ebbene, magari potreste pensare di diventare volontari di un’associazione LGBT, cosa che mai avreste pensato prima e conoscere anche lì gente interessanti e probabilmente con un vissuto diverso dai soliti cinquanta profili che hai nel raggio di qualche km.

Iniziate a parlare anche con quelle persone che magari in rete non avreste considerato, potrebbero di sicuro stupirvi e potrebbe magari iniziare una bellissima amicizia.

La famiglia X – Matteo Grimaldi

Il libro che abbiamo deciso di presentarvi oggi è “La Famiglia X” , scritto da Matteo Grimaldi e pubblicato da Camelozampa.

E’ un romanzo creato per essere letto da tutti, senza limiti di età. Parla della bellissima storia di Michael, un ragazzo di 13 anni che si ritrova ad affrontare una realtà dura che però lo porterà a fare conoscenze piacevoli e inaspettate. Tutto questo lo aiuterà ad uscire da quel suo mondo costruito solo attorno numeri, quella matematica che lo aiutava a pensare ad altro, scappando così dalla realtà.

LA FAMIGLIA X

Dopo altri romanzi scritti, questa volta Matteo ha voluto parlare di un argomento ancora spinoso in Italia: L’affidamento di un bambino minorenne da parte di due papà.

Ovviamente non sono mancate le polemiche del caso ma a questo l’autore era già preparato. Non era pronto, invece, al problema che ha avuto con Facebook. Sembra che la famosa piattaforma social ultimamente stia facendo un po’ cilecca bloccando spesso pagine LGBT e magari lasciandone aperte altre che invece parlano di odio o disuguaglianza.

Ecco la denuncia di Matteo, avvenuta tramite social, a riguardo dell’accaduto:

“Facebook da ieri ritiene che un post con la copertina del mio romanzo La famiglia X, cioè una storia principalmente per ragazzi, sia contrario al regolamento del social network in quanto conterrebbe immagini per adulti e a carattere sessuale. La bellissima illustrazione di copertina di Annalisa Ventura rientrerebbe quindi negli esempi censurabili, tanto quanto le foto di donne mezze nude che Facebook mostra nel regolamento.”

Ma ora entriamo nel vivo del romanzo e dei primi passi dell’autore. Ecco qualche domanda che abbiamo pensato di rivolgergli:

Ti andrebbe di parlarci della tua carriera da scrittore? Hai scritto altri libri di questo tipo?
​Con piacere! Ho scritto fin da piccolo. Mi ero fatto regalare dai miei genitori una macchina da scrivere Olivetti verde e trascorrevo le giornate in camera a schiacciare su quei tasti durissimi. Poi ho aperto un blog. Un editore si accorse di me, e quando avevo 25 anni uscì “Non farmi male” una raccolta di racconti cupi, sul dolore. Nel 2010 ho ultimato la stesura di “Supermarket24”, un romanzo con un protagonista a tratti cinico che si diverte a giudicare il mondo che gli passa quotidianamente davanti agli occhi, al reparto frutta del supermercato in cui lavora. Qualche anno dopo è uscito “Una valigia tutta sbagliata” una nuova raccolta di racconti. Infine “La famiglia X”, lo scorso anno, il mio esordio nella letteratura per lettori più giovani, ma che tutti gli adulti dovrebbero leggere.

Parlando del romanzo “La famiglia X”, com’è nata l’idea?
​”La famiglia X” è la storia dell’affido di Michael, un ragazzo di 13 anni, a una coppia di papà. L’idea è nata da un’intervista a due mamme che raccontavano l’esperienza di affido che stavano vivendo. Mi colpì molto la dolcezza e la forza di queste due ragazze che sapevano fin dall’inizio che quello col figlio affidatario sarebbe stato un rapporto a termine, qual è appunto l’affido rispetto all’adozione, e nonostante questo erano disposte e felici di potersi occupare di un ragazzo in difficoltà. Così pure mi colpì il percorso emotivo del figlio affidatario, inizialmente chiuso e diffidente e che poi, molto lentamente, si è aperto fino a formare con loro un’unione molto speciale. Era di questa unione che mi interessava raccontare. Da lì è nata “La famiglia X”.

Raccontaci qualcosa sui tuoi personaggi. Perché la scelta di due papà e non, ad esempio, di due mamme?
​I personaggi sono tanti, e anche se verrebbe naturale conferire a Michael il ruolo del protagonista, tutti loro hanno un compito fondamentale. Michael ha tredici anni e ama la matematica. Gli fa da scudo contro le cose che non gli piacciono, la vita che non funziona. Quando non vuol pensare conta. I suoi genitori naturali vengono arrestati e lui viene affidato a Enea e Davide, due ragazzi giovani, tornati a vivere a Girone, il piccolo borgo teatro delle vicende. Un matematico magro e balbettante, e un architetto con la testa fra le sue idee, pronti a mettere Michael in cima alle loro priorità e soprattutto a mettersi in discussione come genitori. Poi c’è Zoe, la figlia del Sindaco, sua compagna di scuola, così simile a lui per quanto apparentemente le loro siano due famiglie lontanissime. Eppure Zoe avverte la sua stessa solitudine, è per questo che decide di avvicinarlo e far parte della sua avventura. Un altro personaggio chiave è la signora Guerra, un’anziana donna che si occupa di Michael per i primi giorni e nasconde un passato che torna a galla quando ricompaiono in paese Enea e Davide.

Qual è la morale del libro? C’è un messaggio che avresti voluto trasmettere con questo libro?
​I libri dovrebbero limitarsi a raccontare una storia, puntare una luce su un pezzo di vita e lasciare al lettore tutte le possibilità di reazione emotiva. Per questi motivi “La famiglia X” non contiene alcuna morale. Lo stesso Michael non si pone il problema di quale sia l’idea di famiglia giusta. Ha un sacco di cose da sistemare, a partire dalla scuola e dall’assetto nuovo da dare alla propria vita. Non è interessato a giudicare le capacità genitoriali di due ragazzi gay, problemi questi che nella storia sentono propri quegli adulti che con le vicende di Michael non c’entrano nulla, ma che, paradossalmente, avvertono il bisogno di intervenire per quello che loro pensano essere il suo bene. “La famiglia X” viene consigliato anche nelle scuole, è una storia pensata per lettori giovani e quindi certamente ha al suo interno moltissimi spunti di riflessione, ma non vuole offrire alcuna risposta, semmai domande.  ​

Ecco un breve estratto relativo al momento in cui Michael incontra per la prima volta Davide ed Enea, in compagnia di Clara e Franco, i due assistenti sociali:

Apro la porta dell’ufficio. Dentro ci sono due tipi che parlano con Clara. Aspetterò il mio turno, penso, chiedo scusa e faccio per richiuderla, ma Franco la tiene aperta con la mano sul vetro.

«Allora, com’è andato il rientro a scuola?» domanda Clara sorridendomi.

«Sei su dieci».

Potrei raccontare molto di più se non mi sentissi accerchiato. E quei due mi fissano.

«Loro sono Enea e Davide».

Davide ha la pelle scura e un cespuglio di riccioli neri sulla testa. Sembra un egiziano. Tiene l’altro per la giacca e lo tira verso di me. Mi stringe la mano e mi dice: «Piacere di conoscerti Michael».

Poi si scansa e lascia spazio all’altro che alla stretta di mano aggiunge un mezzo inchino goffo.

«Enea e Davide sono tornati a stare a Girone. Enea ci aveva vissuto fino ai diciott’anni, poi è venuto a lavorare in città. Davide ha ristrutturato la casa, è un architetto».
«E vedessi com’è bella» interviene lui.

Enea si volta di scatto come per rimproverarlo di aver interrotto Clara, e lui fa una faccia buffa di scuse.

«Enea è laureato in matematica e adesso lavora in una banca».

Enea, che strano nome per un matematico laureato. Più Albert, Isaac, Alan, o Pitagora direi, che ancora non capisco se è il nome, il cognome, oppure il nome d’arte.

«OK, ma io perché sono stato portato qui? Si sa qualcosa dei miei genitori?»

L’espressione di Clara si incupisce.

«La tua mamma e il tuo papà stanno bene, Michael. Stanno seguendo un percorso molto duro che li aiuterà a rimettersi in sesto, e devono concentrarsi soltanto su questo. Hanno bisogno di tempo».

«Potrei restare dalla signora Guerra».

«Noi siamo molto grati alla signora Guerra, ma vorremmo che tu non ti sentissi un ospite. Così abbiamo pensato a una soluzione. Enea e Davide sono una coppia. Sono venuti un giorno da noi e ci hanno raccontato di quanto sarebbero felici di occuparsi di qualcuno che vive un periodo di difficoltà. Noi pensiamo che potresti trovarti molto bene con loro».

«E cosa ve lo fa pensare?»

«Perché li abbiamo conosciuti, Michael. E ti chiediamo di provarci anche tu».

 

Famiglie arcobaleno, nuova lotta contro l’ipocrisia.

Come si è potuto leggere su diverse testate giornalistiche, purtroppo le famiglie arcobaleno nel corso di questa settimana si sono trovate di nuovo al centro di una bufera.

Sembra che non ci sia proprio pace o che per ogni passo avanti ci sia qualcuno che voglia farne venti indietro. Continuo ormai da anni a ripetermi come sia possibile che proprio non si riesca ad accettare questa cosa, d’altronde si parla di amore. Quale male si può arrecare ad una famiglia di genitori eterosessuali e regolarmente riconosciuta?

Ecco un riassunto di quello che è successo negli ultimi giorni:

Durante la mattinata del 20 giugno ha avuto luogo a Palazzo Madama una conferenza stampa organizzata dalla Fondazione CitizenGo e dall’Associazione Generazione Famiglia dal titolo: Basta bugie nelle anagrafi. L’iscrizione di figli di “due madri” e “due padri” tra diritto e ideologia.

In questo incontro sono stati presentati cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Torino, Milano, Firenze, Bologna e Pesaro a causa delle registrazioni anagrafiche di figli nati da due mamme o da due papà. La richiesta riguardava l’annullamento immediato degli stessi in quanto trattasi di iscrizioni illegittime.

Riccardo Fraccaro

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Sfortunatamente per loro e per Fratelli d’Italia che chiedevano in pratica la stessa cosa, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro ha risposto: “Il prefetto non può annullare la registrazione all’anagrafe dei figli di coppie gay”. Quindi, una volta tanto qualcosa di positivo: Non si torna indietro sulla registrazione di figli nati in famiglie omogenitoriali.

Non tarda ad arrivare un’altra bella notizia dalla provincia di Bologna. La sindaca di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti ha firmato l’atto di riconoscimento dei due gemellini ad una coppia di papà. Fortunatamente continua quest’ondata di buon senso e positività, bloccata a volte solo da persone come la sindaca di centrodestra che in dal Comune di Coriano (Rimini) ha invece bloccato il riconoscimento di due bambini inviando addirittura gli incartamenti ai ministri della Lega nord Salvini e Fontana.

Il “Dolore minimo” di Giovanna Cristina Vivinetto.

Quando la poesia esprime i veri sentimenti e quando parla di momenti forti, il risultato è il “Dolore minimo” che avvertì Giovanna Cristina Vivinetto nel rinascere una seconda volta.

Lei, giovanissima Siracusana trasferitasi a Roma per frequentare l’Università La Sapienza ha deciso di pubblicare, fortunatamente per noi, questo diario in versi che esplora un argomento mai trattato prima con così tanto sentimento.

Ho avuto da poco il piacere di leggere le sue poesie ed è stato come entrare nella sua vita, come se lei fosse lì per raccontarmi quella storia di transizione, di dolore ma anche di gioia. La “sfortuna” di non essere nata subito nel corpo giusto ricompensata dall’enorme fortuna di essere diventata una splendida donna e di aver sempre potuto contare sull’amore della propia famiglia.

Come dice lei, era tempo che qualcuno parlasse realmente di questo mondo e non solo dello stereotipo che la gente ha in mente. Essere transessuali vuole comunque dire essere una persona con dei sentimenti e in questo caso, anche una forte propensione nel raccontarli alla perfezione.

Dolore Minimo - Giovanna Cristina Vivinetto

Dolore minimo” (Interlinea, 2018 – prefazione di Dacia Maraini, postfazione di Alessandro Fo), apparsa e recensita su diverse testate giornalistiche, tra cui Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, Il Libraio, La Stampa-Tutto Libri e Leggere Tutti.

Noi eravamo fra quelli chiamati
contro natura. Il nostro esistere
ribaltava e distorceva le leggi
del creato. Ma come potevamo
noi, rigogliosi nei nostri corpi
adolescenti, essere uno scarto,
il difetto di una natura
che non tiene? Ci convinsero,
ci persuasero all’autonegazione.
Noi, così giovani, fummo costretti
a riabilitare i nostri corpi,
obbligati a guardare in faccia la nostra
natura e sopprimerla con un’altra.
A dirci che potevamo essere
chi non volevamo, chi non eravamo.
Noi gli unici esseri innocenti.
Gli ultimi esseri viventi, noi,
trapiantati nel mondo dei morti
per sopravvivere.

Ecco qualche domanda che noi di Gay Lounge Italia abbiamo avuto il piacere di fare a Giovanna:

– Ti andrebbe di raccontarci il tuo passato e soprattutto il momento in cui hai deciso di fare il “grande passo”?

Giovanna è stata un bambino e, poi, un adolescente felice anche se, sin dalla più tenera età, ha iniziato ad avvertire un profondo malessere legato al suo corpo: lei era una femmina in un corpo maschile, di questo non aveva dubbi. Bisognava farlo capire agli altri, tramutare il malessere in esigenza esplicita e condivisa. Questa consapevolezza del sé si è rafforzata e consolidata negli anni, fino agli anni del liceo, periodo in cui ha definitivamente capito di appartenere al genere femminile. Il “grande passo” è avvenuto all’età di diciotto anni, età minima in cui, in Italia, si può intraprendere legalmente un percorso di terapia ormonale sostitutiva.

– È stata una scelta sofferta? Come ha preso inizialmente la notizia la tua famiglia?

È stata l’unica scelta possibile, quindi non è stata sofferta: anzi, è stata voluta con tutto il cuore, desiderata, aspettata da tempo con l’impazienza delle cose belle, per cui bisogna faticare molto prima di averle. La mia famiglia mi ha sostenuta sin da subito: certo, non escludo che qualche esitazione ci sia essere stata, ma l’amore non è mai venuto meno. E per una figlia transessuale, vi assicuro, l’amore “familiare” è la cosa più importante che ci possa essere per il proprio benessere psicofisico all’inizio e durante un percorso di transizione. È soprattutto il rapporto della famiglia con la transizione a definire il tipo di persone che saremo in futuro. Io mi ritengo molto fortunata, perciò oggi sono una persona serena, pienamente realizzata, soddisfatta della propria vita.

– È il primo libro di poesie che pubblichi? Cosa vorresti trasmettere?

Sì, Dolore minimo (Interlinea, 2018, pp. 139 – prefazione di Dacia Maraini, postfazione di Alessandro Fo) è la mia opera prima in versi. Oltretutto è un unicum nel panorama letterario nostrano perché è il primo libro di poesie in Italia ad affrontare la transessualità e la disforia di genere. In esso viene raccontata una storia che parla di dolore, di accettazione, di perdita e di riconquista, di corpi che cambiano, di prospettive che mutano e di rapporti con il mondo, che si impara a riabitare. Dolore minimo narra la mia storia, che è anche la storia di tutti noi, alle prese con cambiamenti quotidiani e ripensamenti spesso sconvolgenti e radicali. Poiché tutti transitiamo, in un modo o nell’altro.

– Parlaci del titolo “Dolore minimo”, perché?

“Dolore minimo” è, banalmente, ciò che viene dopo il “dolore massimo”: è, cioè, la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo e lacerante – quello del mutamento di genere, della conquista di un corpo – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene visceralmente.

– Vorresti aggiungere altro? Magari mandare un messaggio alle persone che stanno vivendo il periodo di “transizione”?

Con Dolore minimo vorrei sensibilizzare soprattutto i più giovani alla tematica della transessualità, di cui oggi, purtroppo, si parla poco e male. Spesso, addirittura, se ne ha una visione distorta, per cui le persone transessuali sono soltanto quelle che si prostituiscono. È un tema importante su cui è necessario riflettere oggi più che mai (si vedano gli attacchi omo-transfobici degli antiabortisti) e la letteratura, nel far questo, può darci una grande mano: perché, qual è il compito della letteratura se non quello di veicolare un messaggio profondo (e positivo) attraverso la narrazione di una storia? Vorrei che Dolore minimo si leggesse proprio per questo: per riappropriarsi di uno spaccato di realtà che non si riesce ad immaginare e che, eppure, esiste. Vorrei che questo libro riuscisse a dar coraggio a tutte le ragazze ed i ragazzi intrappolati in un corpo che non sentono il proprio, aiutarli a intraprendere più tranquillamente un percorso senza dubbio difficile ma, anche, edificante; vorrei far capire loro che non c’è nulla di sbagliato nell’essere diversi. Vorrei, attraverso le mie poesie, trasmettere la serenità necessaria per poter compiere un viaggio di tale portata.

 

Perché il lieto fine esiste sempre, ma soprattutto, per tutti.

Fortunatamente, anche se molta gente ancora crede che ci sia un divario enorme fra coppie omosessuali ed eterosessuali, il vero amore non guarda in faccia a nessuno. Proprio ieri a Varese abbiamo avuto la testimonianza di ciò. E’ stato il fidanzato del presidente Arcigay di zona ad inginocchiarsi sul palco, proprio come in ogni storia romantica che si rispetti, per la proposta di matrimonio.

proposta matrimonio

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Un atto pubblico e pieno di significato questo, perché in molti ormai hanno deciso di non nascondersi più, di vivere le proprie vite secondo le normali leggi della natura. E già, perché in natura ci sono più di quattrocento speci animali gay note e solo una omofoba, la nostra. Qualcosa vorrà pur dire, no?

Ma allora, se l’amore vero esiste, cosa ci lega ancora al passato di una società LGBT nascosta e che poteva sperare in poco più di solo sesso perché per il resto non c’era posto? Non è forse ora che impariamo tutti a nasconderci di meno e a concepire di più l’amore nelle nostre vite?

Io sono uno fra quei sognatori che ha sempre sperato di poter costruire una famiglia con un uomo affianco. E’ vero, ad un certo punto della mia vita ho avuto mille dubbi, mi sono detto “Non ce la farò mai, non sono pronto. La società non è pronta!” eppure oggi sono qui, fiero di essermi potuto sposare con mio marito dopo ben sette anni di fidanzamento.

Il problema è che rabbrividisco ancora quando sento parole dure arrivare da persone importanti come Papa Francesco “Fa dolore dirlo: oggi si parla di famiglie diversificate, di diversi tipi di famiglia. Sì è vero: famiglia è una parola analoga, si dice anche ‘la famiglia delle stelle’, ‘la famiglia degli animali’. Ma la famiglia immagine di Dio è una sola, quella tra uomo e donna“.

Purtroppo finché queste persone manderanno messaggi di odio e intolleranza, la gente comune si sentirà giustificata di credere nella propria ignoranza e l’omofobia, ahimè, prolifererà sempre. La speranza ovviamente è solo una, che le cose possano finalmente cambiare e che ognuno possa essere libero di vivere una vita secondo i propri principi.

Un grande Pride per la città di Varese

Dopo un risveglio poco piacevole, con manifesti di protesta da parte di gruppi neonazzisti, il Varese Pride è andato avanti comunque e anzi, ha registrato il record di presenze. Quest’anno migliaia di persone hanno deciso di sfilare in piazza, tantissimi i giovani, facendo vedere più che mai che anche noi esistiamo. E con noi non intendo solo gay ma anche lesbiche, bisessuali, transessuali e chi più ne ha più ne metta. Questo è stato anche il messaggio che ha voluto lanciare il presidente di Arcigay Varese, Giovanni Boschini.

Varese Pride 2018

Ebbene sì, una cosa che spesso dimentichiamo è che ogni pensiero, ogni forma di sessualità, di famiglia va accettata e non solo quella più vicina al nostro modo di pensare. Soprattutto in questo periodo storico è più importante che mai essere vicini come comunità e capirci l’un l’altro. Impariamo ad accettare noi per primi tutta la comunità LGBT smettendola di pensare a cose del tipo “Io non mi sento rappresentato da questo e quest’altro”, parliamoci e capiamoci di più.

Al corteo ha presenziato, per il terzo hanno consecutivo, anche il vice console per la stampa e la cultura del Consolato generale degli Stati Uniti a Milano, Rami Shakra che ha voluto ringraziare tutti per l’accoglienza ricevuta durante la sua permanenza in Italia “Se qualche anno fa mi avessero detto che sarei potuto essere qui con mio marito e i miei due figli, non ci avrei creduto e invece questo oggi è possibile”.

Non sono ovviamente mancati altri interventi, discorsi forti, di unione ed inclusione che spero abbiano sentito non solo i partecipanti del Varese Pride ma anche quei cittadini che guardavano con curiosità dai bordi della strada perché questo è un messaggio che deve passare dalla nostra comunità a tutto il resto delle persone.

Ovviamente dopo una giornata così ben riuscita non poteva mancare un party altrettanto bello, vivo e colorato con le performance di Genrah y rubio, della drag queen Carla Stracci e di Valentina Cusano, in arte Lady Madness Deejay e la nostra carissima madrina Ines che ci ha accompagnato durante tutta la parata.

 

 

Varese Pride, i diritti delle persone sono più importanti delle minacce.

Questa mattina Varese si è svegliata con una sorpresa inattesa e davvero di pessimo gusto. Tutta l’area che ospiterà il Pride è stata tappezzata da circa una sessantina di certelli firmati Do.Ra.

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La legge naturale vi condannerà all’estinzione

e noi davanti ad atti di questo tipo ci chiediamo come sia ancora possibile una tale chiusura mentale. Cosa fare? Andare avanti, difendere i nostri diritti e dimostrare che non importa sesso, razza o altro, siamo tutte PERSONE con pari diritti e doveri.

I vigili sono intervenuti tempestivamente per rimuovere tutti i manifesti e permettere così che la manifestazione si tenga senza dover dar conto a messaggi del genere.

Anche il sindaco è intervenuto dicendo “Si tratta di un gravissimo e vergognoso atto di intolleranza che abbiamo provveduto a segnalare immediatamente alle Forze dell’ordine”.

Ricordiamo quindi a tutti che il Gay Pride di Varese partirà oggi alle 17.30, venite anche voi a manifestare per i diritti di tutti!!

VaresePride percorso

 

Anna, un sogno nato oltreoceano

 

Presentato all’apertura della Pride week di Varese, dopo una tournée in tutta Italia, “Due uomini e una culla” scritto da Andrea Simone, è la storia di Andrea e Gianni una coppia gay, che perseguendo un sogno, attraverso la GPA (Gestazione Per Altri) ha avuto Anna, una graziosa bambina di 4 anni, con due occhioni azzurri e felice di stare con i suoi due papà.
Un libro arricchito da una prefazione di Lella Costa, famosa attrice e amica dell’autore, che dona al libro una partenza entusiasmante per il lettore.

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Il “Diario”, come definisce l’autore, ripercorre tutte le tappe: dalla decisione, alla raccolta di informazioni, alla realizzazione del loro progetto, alla nascita di Anna fino ai suoi primi anni di vita.

Nel racconto si alternano momenti felici, come quello di decidere di diventare papà, a qualche momento di sconforto di Andrea. Una situazione che ti mette davvero alla prova sia come individuo, che come coppia: La ricerca della felicità contro la realtà del mondo, dove la gente che non comprende, riesce ad essere a volte fin troppo crudele. Una frase leggendo il libro ci è rimasta impressa, di Gianni che, durante uno dei momenti di crisi di Andrea,  lo fa tornare in sè dicendo:

“Non fare una cosa per paura del giudizio degli altri è l’atto di violenza più schifoso e vigliacco che tu possa fare su te stesso”

Il tutto è stato scritto dettagliatamente, con ironia e gentilezza. Un libro di facile lettura e fonte di ispirazione per giovani coppie che voglio intraprendere questo passo.